NON SOLO CUCCHI: QUANDO IN CASERMA SI MUORE DI BOTTE

DI CRISTINA CORREANI

Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi morirono di botte per mano di polizia e carabinieri nel 2005 e nel 2009, quando l’Italia era già passata per il G8 di Genova: “la più grave sospensione dei diritti democratici dopo la seconda guerra mondiale” come stabilì Amnesty International e per una sentenza della Cassazione che stabilì che le violenze e i massacri perpetrati dalle forze dell’ordine a Genova “gettarono discredito sulla nazione agli occhi del mondo intero”.
Un’esperienza da cui un paese, uno stato sani avrebbero dovuto trarre degli insegnamenti, ma purtroppo non è andata così. Le violenze e gli abusi degli uomini in divisa si sono ripetuti negli anni e si ripetono con una frequenza impressionante: Aldo Bianzino morì dopo l’arresto nell’ottobre del 2007. La sua colpa era aver coltivato qualche piantina di marijuana per uso personale. Per la sua morte nessuno ha pagato ma dodici anni dopo la Cassazione ha stabilito che coltivare qualche piantina di cannabis per uso personale non è reato. Secondo le leggi di oggi Aldo Bianzino non sarebbe mai stato arrestato e oggi sarebbe ancora vivo.
Giuseppe Uva morì dopo l’arresto nel giugno del 2008, portato in una caserma dai carabinieri ne uscì cadavere e per la sua morte non è stato condannato nessuno.
Riccardo Magherini morì durante un fermo dei carabinieri il 3 marzo 2014 a causa di una manovra “anomala” di contenimento che lo soffocò: i carabinieri coinvolti sono stati tutti assolti.
Cito questi tre casi ma ce ne sono altri il cui tratto distintivo è sempre identico: nessuno è mai stato condannato.
Ilaria Cucchi e Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi sono state finora le uniche a riuscire a portare alla sbarra gli assassini di Stefano e Federico e ad ottenere delle condanne, il paese che fa, le rispetta, riconosce loro un coraggio che potrebbe servire anche ad altri?
Macché, entrambe in tutti questi anni hanno dovuto subire minacce, la gogna social e gli insulti, arrivati anche da figure politiche e istituzionali.
La vicenda della caserma dei carabinieri di Piacenza, sulla quale è stato calato il velo dai media che ne hanno parlato per due o tre giorni e poi mai più è sintomatica e spiega perfettamente quanto l’omertà, le omissioni e le complicità siano i migliori alleati delle ingiustizie di stato.