UN SECOLO DI MISSONI. ATLETA, UOMO, IMPRENDITORE DI SUCCESSO

DI MARINO BARTOLETTI

L’11 febbraio del 1921 – cento anni fa – nacque a Ragusa, in Dalmazia, Ottavio Missoni: italiano, italianissimo! Più di tanti italiani.
Era bello “Tai”. Bello, alto e impunito. Una simpatia assassina. Aveva due occhi spietatamente seducenti. Il resto lo faceva la parlantina. Rigorosamente in lingua. Ascoltare le sue ciacole all’”Assassino” di Ottavio Gori col Paron Rocco e con Cesarone Maldini faceva risparmiare il biglietto per il “Derby Club” (quello di via Monte Rosa con Jannacci, Cochi&Renato, Faletti e Abatantuono)
Ed era un campione “Tai”. Uno dei più grandi quattrocentisti del mondo al di sotto dei vent’anni. Quando indossò per la prima volta la maglia azzurra aveva appena diciassette anni e lo fece con l’orgoglio che potevano provare (e avrebbero voluto provare per sempre) solo i ragazzi dell’altra sponda dell’Adriatico: quelli a cui la Storia strappò il cuore, la casa, le certezze. Ma per i quali la Patria – termine che usavano spesso (parlo dei Benvenuti, dei Pamich, dei Sirola, ecc) – rimase sempre una sola: quella italiana.
Una carriera sportiva fulminante: nel 1939 all’Arena della “sua” Milano pochi si accorsero che, essendosi piazzato subito dopo l’olimpionico Lanzi e il tedesco Harbig stelle mondiali, aveva stracciato il record europeo under 20 della specialità. Divenne lui stesso una giovanissima stella. Vinse i Mondiali studenteschi. Certamente avrebbe disputato le Olimpiadi del 1940 e forse vinto quelle del 1944. Ma quelle Olimpiadi non si fecero mai
Era italiano “Tai”. Talmente italiano che il Re Savoia lo mandò a combattere in Africa dove venne fatto prigioniero ad El Alamein. Quattro anni di concentramento “ospite” di Sua Maestà britannica che lo nutrì con gallette, datteri e un po’ acqua. Quando tornò in Italia, spettrale nella sua magrezza, l’Italia non c’era quasi più. I suoi fratelli dalmati e istriani la stavano percorrendo da disperati, sballottati da campo all’altro. Figli di due Paesi che non li volevano.
Era pelle e ossa, aveva fame: ma si ricordò di essere un campione. Riuscì a qualificarsi per le Olimpiadi di Londra del 1948 dove raggiunse la finale dei 400 a ostacoli. Arrivò sesto e ultimo. Ma fece un miracolo. Il “doping” di allora erano le bistecche: gli altri (quelli che la guerra aveva dichiarato “vincitori”) le avevano mangiate, lui no. A Londra conobbe Rosita con cui sarebbe stato sposato sessant’anni (e pochissimi giorni). Gareggiò fino agli Europei del ’50 nei quali arrivò a un passo dal podio. Poi…
Poi diventò Ottavio Missoni. Orgoglio italiano nel mondo. Anche se la vita – assieme alla gioia, alla fama e alla ricchezza – avrebbe continuato a presentagli conti salatissimi.
Fino alla sua morte, avvenuta nel 2013, a 92 anni, è stato l’ autoproclamato sindaco del “Libero Comune di Zara” in esilio.