DI VIRGINIA MURRU
Per trovare valori di questo livello nel differenziale di rendimento tra Btp/Bund, ossia trai Buoni del Tesoro poliennali (a 10 anni) e gli omologhi titoli di Stato tedeschi, bisogna andare fino al 2015.
Non che lo spread, prima dell’entrata in scena del nuovo premier, avesse raggiunto i 500 punti base, come accadde nel 2011 (che a novembre li aveva perfino superati), si oscillava fino al mese di gennaio scorso tra i 110/120 punti base, comunque in un range di 0,50-0,60% in termini di rendimento.
Insomma il rendimento è calato parecchio nel volgere di due anni, se il riferimento è all’autunno del 2018. Non da paragonare ai Bund tedeschi, che sono il punto di riferimento sul mercato, grazie alla solidità dell’economia della Germania e al suo basso grado d’indebitamento. Per questa ragione i titoli di Stato tedeschi hanno un costo più elevato, e rendimenti più contenuti: il livello di rischio è sostenibile, mentre lo stesso non si può dire per l’italia, per ovvie ragioni.
Ossia perché l’indebitamento del Belpaese è ben superiore a quello tedesco, e della maggior parte dei Paesi dell’area Euro (ma anche dell’Ue). L’economia italiana non viaggia certo nella stessa locomotiva della Germania, nonostante sia tra le principali economie dell’Unione europea, e il secondo Paese ( sempre dopo la Germania) in termini di sviluppo nel manifatturiero.
E allora perché i mercati hanno tutte queste riserve verso i titoli di Stato nostrani? Perché i nostri conti pubblici in primis sono sempre sorvegliati a vista dalla Commissione europea, dato che tendono a superare i parametri stabiliti dal Patto di stabilità e crescita, sia in termini di deficit che di debito pubblico. Ma forse il vero tallone d’Achille è l’instabilità politica, che crea disorientamento nei mercati, poca affidabilità, in quanto si traduce in rallentamenti, discontinuità, rivolgimenti in termini di riforme: rischio.
Ma poiché il nuovo premier anche all’estero è conosciuto come “il salvatore dell’Euro, o super Mario, the euro saviour”, ai mercati sono bastate queste credenziali per dimostrargli fiducia. Del resto, Draghi, nel suo ruolo di presidente della Bce, alcuni anni fa dichiarò proprio che l’Euro era irreversibile, e sembra che per i mercati finanziari la stabilità della divisa europea (area euro) sia un riferimento di notevole importanza.
Tanto che nel 2018 non festeggiarono quando la Lega, notoriamente ostile all’Ue, entrò nella coalizione di Governo. Verso settembre-ottobre lo spread schizzò infatti oltre i 350 punti base.
L’irreversibilità dell’euro è stata ancora una volta sottolineata dal premier Draghi proprio oggi al Senato, in occasione della presentazione del suo programma. Sembrerebbe in risposta proprio al leader della Lega, Matteo Salvini, che due giorni fa, nel corso di un’intervista televisiva, aveva affermato che ‘l’euro non è irreversibile’, in un momento in cui queste affermazioni generano attriti come un cortocircuiti.
Intanto, che l’ex presidente della Bce sia per il nuovo esecutivo ‘l’uomo giusto nel momento giusto’, è un dato di fatto. Nel suo discorso al Senato Draghi ha paragonato l’attuale congiuntura a quella del dopo-guerra, e il rimando non è casuale, poiché quella che è ancora in atto è una guerra durissima, certo non convenzionale, ma devastante per l’intero pianeta.
E’ necessario pertanto un programma di ricostruzione, se non proprio dalle macerie, certamente da uno scenario di distruzione per l’economia, dato che interi settori sono stati messi al sacco dall’imperversare del virus, e conseguenti misure di emergenza sanitaria.
I mercati hanno recepito il cambio di guardia a Palazzo Chigi come un evento positivo, che porterà stabilità politica nel Paese, e guiderà con competenza il processo di ripresa, in sintonia con la campagna di vaccinazione già avviata da quasi due mesi.
Il calo dello spread è stata la semplice conseguenza di questi avvenimenti politici, dato che questo indice rappresenta un orientamento sulla stabilità, e si potrebbe pertanto definire una sorta di ‘termometro’ dell’affidabilità, in termini di controllo e tenuta dei conti pubblici.
Bankitalia proprio questi giorni ha pubblicato al riguardo le stime del debito e del fabbisogno per il 2020. Al 31 dicembre risulta che il debito delle Amministrazioni pubbliche era pari a 2.569 miliardi, un anno di pandemia ha pesato come piombo sui conti, e basterebbe paragonarli ai dati del 2019, quando il debito era pari a 2.409 mld, ossia il 134% del Pil. L’aumento rispetto allo scorso anno è dunque di 159,4 miliardi. Altro che contrazione.
Tornando allo spread, la logica dei mercati all’ingresso di Draghi nella scena politica italiana, era prevedibile: gli investitori hanno scommesso sulle capacità gestionali dell’ex numero uno della Bce, sull’esperienza ed eccellenza in ambito finanziario. Tutto questo si è esplicitato attraverso le contrattazioni, la scelta di concedere più fiducia alla solvibilità dei conti italiani, e dunque d’investire tramite l’acquisto di Btp, titoli di Stato poliennali.
Lo spread, ossia il differenziale di rendimento nei confronti dei Bund tedeschi si è ridotto, fino a scendere a 90 punti base. Insomma una fiducia smisurata in quest’uomo, che sembra essere stato ritenuto alla stregua della ‘terra promessa’, per l’Italia. Così si spiega l’ottimo umore e disponibilità degli investitori, che solitamente hanno un fiuto da levriero nel valutare i rivolgimenti politici.
E tuttavia continueranno a mostrare una certa cautela negli acquisti, dato che l’Italia, quanto a stabilità economica e finanziaria, è ancora sulla via di Damasco: ovvero ha ancora parecchia strada da fare, prima di eliminare il monster, ovvero il debito, che condiziona le scelte di politica economica, e non permette in definitiva di fare il passo più lungo della gamba.