POLITICHE ISRAELIANE. E’ ANCORA STALLO.

Di Luciano Assin

corrispondente da Israele

Molte incertezze e pochissime sicurezze dopo la pubblicazione dei risultati delle politiche israeliane di martedì scorso. L’attuale premier Benjamin Netanyahu può contare su 52 seggi certi dei 120 che compongono la Knesset, il parlamento israeliano. Il fronte anti Bibi  può fare affidamento su 57 deputati sicuri. A fare da ago della bilancia sono il partito Yemina (nazional religioso) di Naftali Bennet con 7 seggi e Ra’am, una formazione arabo israeliana di matrice islamica, che ha nel carniere quattro poltrone.

E’ molto probabile che Bennet, nonostante le dure critiche rivolte a Netanyahu durante la campagna elettorale, si allei alla fine proprio con Bibi, mentre è meno chiaro quali siano le intenzioni del leader di Ra’am, Mansur Abbas.  Netanyahu ha già sdoganato la possibilità che la lista araba faccia parte della sua coalizione, almeno appoggiandola esternamente, senza entrare ufficialmente nel suo governo. Il problema è che una delle formazioni più estremiste a favore del fronte governativo ha già espresso in maniera esplicita la sua netta opposizione ad una qualsiasi collaborazione con la lista araba. Ma nella politica israeliana ci sono già stati così tanti capovolgimenti di fronte e repentini dietrofront che tutto è ancora aperto.

Anche nel fronte antiBibi la situazione non è delle migliori. A volere la caduta dell’attuale PM ci sono sei liste che spaziano dalla destra alla sinistra più estrema, ed il partito con più voti, Yesh Atid guidato dal centrista Yair Lapid, ha al suo attivo 17 seggi, un pò pochi per condurre una coalizione così variegata. Le priorità per gli oppositori a Netanyahu sono quelle di far passare una legge che vieti ad un politico con un processo penale in corso di presentarsi come Premier alle prossime elezioni, o in alternativa di limitare la carriera politica di un primo ministro a non più di due legislature consecutive. Se anche una sola di queste due possibilità si averrasse, Bibi non potrebbe presentarsi alle prossime elezioni.

Il vero ago della bilancia risulta quindi l’anonimo, fino ad oggi, Mansur Abbas che ha giocato il tutto per tutto vincendo alla grande. Abbas si è anche staccato dalla lista comune formata da quattro partiti arabi, che nella tornata precedente aveva raccolto ben 15 seggi, ed è anche stato in bilico fino all’ultimo sulla sua reale possibilità di passare la soglia di sbarramento del 3,25% necessaria per entrare in parlamento. Il leader arabo per il momento si gode la fama e la notorietà acquisita e aspetterà le offerte di ambo gli schieramenti per decidere chi appoggiare.

I possibili scenari politici presentano altre possibilità, al momento altamente improbabili, ma resta sempre attuale lo spettro di possibile nuove elezioni, le quinte in poco più di due anni.

La prossima settimana sarà densa di impegni politici: il 5 aprile riprenderanno le udienze del processo che vede Netanyahu accusato di frode, corruzione e abuso di potere. Il 6 presteranno giuramento i nuovi deputati e l’indomani cominceranno le consultazioni del Presidente dello Stato ebraico per decidere a chi affidare la formazione del nuovo governo.

Domani sera invece, inizierà Pesah, la Pasqua ebraica, una festa che segna non solo l’inizio della Primavera, ma anche la nascita del popolo ebraico divenuto libero dopo 400 anni di schiavitù al servizio dei Faraoni d’Egitto. Non ci resta che aspettare per vedere chi fra i due schieramenti sarà riuscito a spezzare le proprie catene.