NIENTE BAMBINI, GRAZIE!

Sono anni che leggiamo notizie su questo argomento. Sembrava un “fenomeno” lontano e che non avrebbe interessato il nostro Paese. Ma anche questa volta ci siamo riusciti, è una nostra caratteristica quella di ereditare le mode dall’estero, specie quelle oltreoceano. E magari, fossero quelle di buon senso. Invece no.
Noi no, e così ci facciamo contagiare dal movimento No Kids, ovvero, “qui i bambini non possono entrare”. Perché? Perché piangono, corrono, sono rumorosi e disturbano gli altri. Un movimento a cui, negli Usa, hanno aderito ristoranti, pasticcerie, hotel, spiagge e che adesso sta dilagando anche in Italia. Movimento molto diffuso in Nord Europa da diversi anni e che sta prendendo sempre più piede anche nel nostro Paese: luoghi, locali e servizi in cui la presenza dei bambini non è gradita o è addirittura vietata.
In Svezia alcuni hotel non accettano bambini di età inferiore ai 12 anni, così come in Spagna alcune catene di alberghi accettano solo ragazzi dai 14 o addirittura dai 18 anni in su.
Anche se le famiglie con prole, possono considerare discriminante tale movimento, la scelta da parte di alcuni esercizi di offrire ai clienti un servizio all’insegna del silenzio e della tranquillità viene vista con favore dai single e in generale da chi mal sopporta alcuni comportamenti eccessivi dei bambini di oggi.La tendenza mira a un target specifico, quello dei “childfree”, quello delle coppie è senza figli sono in aumento.La “no kids zone” è ormai una tendenza sempre più diffusa a livello globale, nata negli Usa dopo la pubblicazione del libro della due volte mamma Corinne Maier, “Mamma pentita, No Kid . Quaranta ragioni per non avere figli”, ed arrivata in Europa grazie alla furba intuizione di alcuni imprenditori che tra i criteri di selezione della clientela di ristoranti e hotel qualche anno fa hanno cominciato a inserire un bel “Vietato l’ingresso ai bambini”.Del resto, il libro della Maier nel 2008 è diventato un bestseller in poche settimane e le coppie “childfree” rappresentano, nelle società occidentali, circa un quarto del totale.
I colossi dell’imprenditoria, che costruiscono strategie di marketing, non potevano lasciarsi sfuggire un’opportunità del genere, e non è un caso che esistano anche voli “childfree”, come quelli per Creta e Gran Canaria che sono diretti verso villaggi e hotel che condividono la stessa filosofia.
E la “moda” si sta espandendo a macchia d’olio . Ai luoghi fisici fanno da corollario anche quelli virtuali, e non mancano le pagine su Facebook dedicate all’argomento e i forum e i siti rigorosamente “childfree”, o nati per discutere di quanto sia bello vivere senza pargoli.
Ma se i bambini sono maleducati e danno fastidio agli altri di chi è la colpa?Esiste senz’altro un problema “bambini al ristorante”. Questo è ormai chiaro a tutti. Un ristorante però non è un luogo pubblico, cioè non è un luogo che appartiene allo Stato, come un giardino, una piazza al quale possono accedere tutti senza distinzioni.Dato che è un luogo aperto al pubblico e non un luogo pubblico, nel ristorante è il proprietario che stabilisce le condizioni per accedere al suo locale e per avere i servizi che offre.Un ristorante è un luogo dove si va per mangiare.Ci si può andare da soli, in coppia, in compagnia di poche o di tante persone, con i bambini, con i figli adolescenti, con tutti i parenti, grandi e piccini.Chi mangia al ristorante vuole stare tranquillo, rilassato, guardare negli occhi la persona amata, assaporare i piatti o i vini. Oppure vuole stare in compagnia, senza controllare quello che fanno i bambini piccoli che quindi sono liberi di correre fra i tavoli altrimenti non può chiacchierare tranquillamente .Ed ecco il punto principale : come possono coesistere nello stesso luogo le esigenze di chi vuole stare tranquillo, parlare a bassa voce, sussurrare parole d’amore, fare una proposta di matrimonio, commentare la mousse di ciccoolato con quelle di chi vuole andare al ristorante per divertirsi, per stare insieme agli amici, per parlare per festeggiare ridendo e scherzando, urlando, cantando in coro, brindando, lasciando che i bambini siano per ore liberi di correre, urlare e saltare?
Se è giusto insegnare ai figli a sentirsi liberi, si deve anche insegnare a rispettare la libertà degli altri. A Roma un famoso ristorante ha scelto di non avere bambini, la ragione del gesto è pratica: «A causa di episodi spiacevoli dovuti alla mancanza di educazione, in questo locale non è gradita la presenza di bambini minori di anni 5». Annuncio che già divide. Il partito dichiarato dei No kids , approva la decisione, pensando a quanta pace si guadagnerebbe senza gli urli acuti del bambino del tavolo a fianco. Invece il Moige, il movimento italiano genitori, ha definito “raccapricciante il cartello razzista verso i minori”.
Tra i due fronti, c’è una twilight zone di persone tolleranti, esperte in sorrisi di convenienza e risolini forzati a ogni atto vandalico compiuto dai nostri figli a tavola. Ma che ne farebbero volentieri a meno. Le coppie con doppio stipendio e nessun bambino sono la fetta di clientela emergente da assecondare: disposti a spendere quel che basta per un hotel di lusso o un ristorante stellato, rivendicano la loro area protetta, stanchi di menu dove occhieggiano milanesine e nuggets di pollo.
Angela Amendola