“FAVOLA DI NATALE”

DI LEONARDO CECCHI

 

“Favola di Natale”. Così alcuni stanno chiamando l’episodio.

L’episodio di una 63enne monzese senza fissa dimora, sfrattata da casa ormai due anni fa, a cui due poliziotti ieri sera hanno pagato una notte in albergo. L’hanno trovata in un condominio, rannicchiata, sola. Arrivati lì perché chiamati da una dirimpettaia che parlava di una “donna molesta”, quando invece la signora si era solo raggomitolata, cercando riparo in solitudine, perché il marito è ricoverato all’ospedale e lei non ha un posto dove dormire. Gli agenti son passati una mano sulla coscienza e le hanno pagato la notte.

“Una favola di Natale” che durerà fino a domani mattina, quando la signora sarà di nuovo in mezzo alla strada, a dormire al freddo come decine di migliaia di persone in Italia.

Allora non c’è nessuna favola: ci sono due uomini che hanno supplito, come meglio potevano, alle carenze di una società che vede chi ha tutto e chi si rannicchia in un sottoscala per dormire. Ma è un incubo, altro che storie. Le favole drogano la percezione e ci convincono che le cose vadano bene, quando invece fanno schifo.

Si iniziano a cambiarle rifiutando quell’idea, tanto per cominciare. E mettendo soldi, dindi, schei su strumenti di inclusione sociale, aiuto, supporto alle persone più fragili. Senza guardarsi indietro e senza centellinare.

Quello sarebbe una favola, non dare la speranza di un letto per 24 ore e poi far risvegliare la persona a -2° sotto un porticato.