DI MARIO PIAZZA
Mio nonno che certo non era uno stinco di santo, contadino veneto ottocentesco, bestemmiatore, bevitore, donnaiolo e a tratti violento, quando si accorgeva della mia presenza in un battito di ciglia si trasformava in quello che tutti i nonni dovrebbero essere per i propri nipotini: un esempio di correttezza e di onestà.
Mario Draghi è tutto fuorché un nonno. Potrà anche sembrare l’eroico banchiere che con il suo “Whatever it takes” ha salvato la patria dalla bancarotta e sarà pure una personalità planetaria capace di addomesticare lo spread, le borse e l’inflazione, ma fosse pure il redentore tornato sulla terra questo inverecondo spettacolo proprio non doveva offrircelo.
Ciò che sta accadendo a Palazzo Chigi e dintorni è semplicemente inaudito, perché un presidente del consiglio in carica certe cose non le può fare a meno che non si trovi nella troppo spesso evocata repubblica delle banane, e non basta certo che i suoi sostenitori bollino come “fantasie” ciò che sembra, perché se sembra quasi certamente lo è.
Non può chiedere ai suoi ministri, ai leader di partito che lo sostengono e al parlamento intero, quelli che se volesse potrebbe mandare per stracci soltanto sollevando un mignolo, di essere eletto presidente della repubblica. Soprattutto non può farlo attraverso riunioni riservate come se si trattasse di mettere in liquidazione un’azienda e di fondarne una nuova magari mercanteggiando su chi sarà il nuovo amministratore delegato, chi saranno i consiglieri, quanti operai verranno riassunti e quanti licenziati.
Non può farlo però lo fa e se lo fa significa che può farlo, ma nessuno si sogni mai più di parlare di sacralità del ruolo, di rappresentatività, di regole democratiche, di pesi e contrappesi, di dettato costituzionale, di super-partes e delle altre insostenibili minchiate che ci rifilano per dare dignità al solito mercato delle vacche.
Grazie lo stesso, di nonno mi tengo il mio.