L’UOVO “A BAGNAPANE”

DI ANTONELLA PAVASILI

 

Stasera ho mangiato un uovo alla “coque”, come lo chiamiamo adesso.
Mentre rompevo il guscio colpendolo in cima col cucchiaino mi sono ricordata di mia nonna materna.
Mia nonna materna, di cui porto il primo nome nascosto in una G. perché a lei non piaceva, era una contadina forte e dolce, avvezza alla fatica del lavoro nei campi, al freddo o sotto il sole cocente, al dolore, alla sofferenza ed era geneticamente programmata per amare.
Lei amava senza condizioni e senza fronzoli e l’amore lo manifestava con la semplicità di gesti e con parole che ancora oggi a volte riaffiorano alla mente con la soave e prepotente dolcezza della panna montata.
Una di queste parole è “a bagnapane”.
“L’uvittu a bagnapani” era consolatorio, fortificante, nutriente e indimenticabile.
Ricordo il vecchio tavolo di legno nella casa in campagna, io e mia sorella sedute una accanto all’altra, la nonna che arrivava con l’uovo a bagnapane, il pane di casa tagliato a pezzetti piccoli, una manciatina di sale, il cucchiaino e il rumore del guscio che si spezzava.
Era un semplice uovo, ma il suo sapore non è descrivibile.
Quei pezzetti di pane intinti nel tuorlo, il cucchiaino che roteava intorno al guscio catturando fino all’ultimo pizzico di albume, e la nonna lì di fronte col tovagliolo in mano.
A bagnapane.
E mi chiedo perché adesso lo chiamiamo “alla coque” o “alla cocca”.
Non rende, non è efficace, non sa di niente.
Non sa di nonna, non sa di mamma, non sa d’amore.
“L’uvittu a bagnapani” era tutta un’altra cosa…