LUIS E DINO, DUE MITI

DI ADOLFO MOLLICHELLI

 

Vinicio ha compiuto 90 anni, Zoff 80. Auguri, miti del calcio che non c’è più.
Quando ‘o lione emise i suoi primi ruggiti a Napoli, avevo otto anni. L’ho ammirato dagli spalti dello stadio del Vomero e dalla balconata della casa di un mio amico che dava su trequarti di campo. Seguivamo, correndo e tenendoci alla ringhiera, le sue discese e vedemmo dall’alto tanti suoi gol e quelli che non vedevamo l’immaginavamo. Poderoso, gambe arcuate alla cowboy, imponente, bello anche. Lui, Jeppson detto ‘o Banco ‘e Napule per i cento milioni che era costato e Pesaola il petisso, era un gran bel vedere.
Quando chiuse la carriera a Vicenza, avevo vent’anni. Subito dopo cominciò quella d’allenatore all’Internapoli. Finalmente, lo conobbi da vicino quando guidò il Napoli e poi l’Avellino. Grande centravanti e grande tecnico. Anticipò il gioco che avrebbe reso famoso Cruijff.
Avevo vent’anni quando Dino Zoff lasciò la città di Virgilio e venne a giocare a Napoli. Conobbi anche lui da vicino quando cominciò ad allenare e quando venne nominato ct dell’Italia nacque tra noi una grande amicizia. Perché con me poteva lasciarsi scappare frasi in napoletano, perché gli ricordavo la città che ha sempre amato, e poi perché apprezzava la mia capacità di vedere nell’allenamento di rifinitura la squadra che avrebbe poi messo in campo.
Alcuni colleghi di testate sportive erano convinti che Dino mi svelasse in privato gli undici e prima di scrivere mi chiedevano: quale formazione dài? Un giorno qualcuno di penna rosa accennò una protesta e Dinone spense subito il fuocherello: ma se ve li ho messi davanti agli occhi!
Tra cinque mesi saranno 40 anni dal mundial in terra di Spagna: il bacio a Bearzot, la partita di scopone con Pertini, un partigiano come presidente che da scugnizzo esultante lasciò di stucco sua maestà Juan Carlos di Borbone.