DI MARIO PIAZZA
Io me li ricordo i comunisti di una volta, quelli resi celebri da Guareschi, quando all’Osteria della Battagliera e alla bocciofila di via Crescenzago (siamo a Milano, zona Lambrate) tra un sorso di pessimo barbera e un tiro di Antico Toscano perdevano il lume della ragione per giustificare qualsiasi azione sovietica.
Purghe staliniane, assassinio di Trotzki, invasione dell’Ungheria, sbronze di Kruschev… Il “sol dell’avvenire” scaldava i cuori e intorpidiva le menti ma sotto sotto, proprio come il sindaco Peppone, quei comunisti erano persone pacifiche e di gran cuore, pronte a smezzare con chiunque l’ultimo sigaro rimasto.
La stessa enfasi, lo stesso accanimento, la stessa visione obnubilata la trovo oggi nella parte avversa. Quella parte che non dobbiamo andarci a cercare nelle periferie ma che a ciclo continuo entra nelle nostre case attraverso la televisione sotto forma di dotti ex-giornalisti. Ho scritto “ex” perché gente come Paolo Mieli, Aldo Cazzullo, Ezio Mauro o Gianni Riotta hanno smesso da tempo di proporci fatti per venderci unicamente le loro opinioni.
Potrei anche guardarli con la stessa indulgenza che riservavo ai nonnetti filosovietici di mezzo secolo fa se non fosse che da costoro emana uno spirito guerrafondaio e un cinismo implacabile da far impallidire i più agguerriti generali delle forze armate.
La rappresentazione plastica del “sodomita col deretano altrui”, gente che non è mai entrata in un rifugio antiaereo, che non ha mai fatto la fila per il pane, che non ha mai ascoltato gli schiocchi secchi di una mitragliatrice.