STANDARD & POOR’S DECLASSA IL RATING DELLA RUSSIA, DEFAULT SELETTIVO

DI VIRGINIA MURRU

 

Dal distretto finanziario di New York la notizia ormai è rimbalzata ovunque, soprattutto nei mercati finanziari, che hanno ‘sensori’ speciali per questi rivolgimenti. Non si è trattato, per la Russia almeno, di un fulmine a ciel sereno, il rischio era altissimo, e prima o poi la raffica di sanzioni inflitte dall’Occidente doveva produrre ripercussioni di questa portata.

Sono le sole armi, del resto, che si sono potute utilizzare nei confronti dell’aggressione all’Ucraina, una ritorsione verso le terribili stragi compiute dall’esercito russo su civili inermi.

Il 18 marzo scorso S&P aveva ulteriormente tagliato i rating sovrani della Russia, in valuta estera e locale, dal precedente CCC- a CC, per ragioni di vulnerabilità nell’onorare i pagamenti delle obbligazioni in scadenza. Le dichiarazioni di downgrade comunque non sono le uniche tempeste che si stanno abbattendo sugli asset finanziari russi.

Malgrado tutti gli accidenti ai quali è esposta l’economia, il Cremlino continua imperterrito a portare avanti una campagna militare costosissima, non solo in termini di vittime (si stima che siano periti circa 17 mila soldati), ma anche di risorse finanziarie.

Al timone un orgoglio spinto agli estremi, che sta letteralmente accecando i responsabili politici di queste scelte, fino al rischio di un pericoloso deragliamento della Federazione russa, prezzo salatissimo che si abbatterà sul popolo, escluso da ogni deliberazione, costretto ai margini da una repressione che ha ridotto ai minimi termini i principi democratici.

E intanto ulteriori risoluzioni dell’Ue ieri hanno stabilito nuovi interventi ai danni dell’economia russa, in risposta all’ultima strage del 7 aprile, ossia quella causata da un missile sulla stazione di Kramatorsk, con 50 vittime civili, persone disperate che cercavano una via di fuga dal conflitto.

Le sanzioni, secondo il report dell’Agenzia di rating statunitense S&P, hanno così prodotto i loro effetti, si è trattato di provvedimenti seri, mirati a colpire punti sensibili dell’economia russa, e non potevano disperdersi come atti simbolici di protesta.

Il rating del debito sovrano in valuta estera a lungo termine, infatti, è stato declassato da CC a SD, ossia “default selettivo”, il che significa che l’Agenzia di rating sta informando i mercati e i governi interessati che la Russia non ha più le risorse per ripagare una parte del suo debito estero. In termini di numeri significa che non è in grado di onorare la cedola con un importo di circa 600 mln di euro, su un Eurobond denominato in dollari, la cui scadenza era fissata per il 4 aprile scorso.

Il governo russo non dispone pertanto dell’ammontare di dollari necessari a pagare il suo debito, situazione finanziaria che si è aggravata anche in seguito alla decisione dell’amministrazione americana di non consentire ai russi l’accesso ai dollari in giacenza nelle banche statunitensi.

I pagamenti avrebbero dovuti essere eseguiti in rubli, ma ormai la divisa russa è inaffidabile, e ben pochi la accettano, in ogni caso avrebbero violato i contratti. In questo stato di estrema precarietà finanziaria, le autorità di Mosca hanno comunque a disposizione, per onorare questi impegni, un periodo di 30 giorni, alla scadenza dei quali non saranno concesse ulteriori proroghe, ma è convinzione comune che non sia in grado di fronteggiare l’emergenza.

Già il mese scorso Fitch e Moody’s avevano portato a livello di ‘junk’, ovvero spazzatura, il giudizio sui bond sovrani russi, ora con S&P l’affidabilità finanziaria subisce un colpo davvero importante, e dallo stato di vulnerabilità si passa al rischio totale di default.

Così si è espressa in merito l’Agenzia di rating:  “Non è auspicabile che gli investitori siano in grado di convertire in dollari il pagamento effettuato in rubli, o che il governo possa convertire i rubli in dollari durante i 30 giorni concessi per regolarizzare tali operazioni, dato che le sanzioni da parte dell’Occidente saranno rafforzate nelle prossime settimane, mettendo a rischio le capacità della Russia di onorare  nei termini le condizioni delle obbligazioni ai titoli di bond stranieri.”