E VLADIMIR ANDO’ ALLA GUERRA

DA REDAZIONE

 

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Černenko, Gorbaciov, Eltsin, Putin. Uno strano percorso quello della Russia, che da Paese sovietico, dopo aver cercato di diventare post-sovietico, ora rischia di trasformarsi in neo-sovietico.

Appena assurto alla presidenza della Russia, Vladimir Putin sembrava che volesse portare il Paese verso la democrazia e la modernizzazione, ma con il passare degli anni, mentre si faceva strada la diffidenza verso l’Europa e gli Stati Uniti, nelle stanze del Cremlino riemergeva il mito della Madre Russia e la nostalgia per l’impero zarista. Prima la Cecenia, poi la Georgia, la Crimea, la Siria, il Kazakistan hanno subito l’interessamento militare di Putin.

In patria però non tutti concordavano con i suoi progetti espansionistici e critiche e opposizione montavano ogni giorno di più. A quel punto la democrazia e la pluralità di idee costituivano un inciampo, per cui i margini di libertà acquisiti andavano ristretti e i personaggi scomodi zittiti, anche a costo di mettere in atto una vera e propria repressione. Si sono quindi susseguiti una serie di avvenimenti mai chiariti che hanno registrato la morte di alcuni dissidenti come Anna PolitkovskajaNatalia EstemirovaBoris NemtsovSergei MagnitskyAleksandr Litvinenkoj. Persone che hanno un comune denominatore: la critica al sistema di governo di Putin. E in questo schema rientra anche l’avvelenamento subito dal leader dell’opposizione Aleksej Navalny e la chiusura del Memorial International, l’ong russa che si occupava della difesa dei diritti umani.

E oggi, nella sua foga imperialista, Vladimir Putin ha preso di mira l’Ucraina. L’ha invasa convinto di farne strame in tre-quattro giorni. Ma non ha fatto i conti con la resistenza dell’esercito locale e con l’ingente fornitura di armi dei paesi occidentali. E tutto lascia pensare che non aveva neanche previsto la compattezza dell’Europa e l’applicazione di severe sanzioni. E a distanza di oltre due mesi dall’inizio di questa sciagurata avventura che ha prodotto tanta morte e distruzione, Putin non sa come uscirne, con l’aggravante di ritrovarsi, prima o poi, a fronteggiare anche la dissidenza interna che teme l’isolamento politico e una regressione economica.

Ma lui rinfocola i suoi metodi repressivi e nega ogni spazio di contestazione, poi accusa di tradimento tutti coloro che avanzano la sia pur minima critica alla sua “operazione militare speciale” e vieta nel modo più assoluto di pronunciare la parola “guerra”. Non c’è una dichiarazione formale, dice. Intanto bombardamenti e uccisioni di civili sono a iosa.

In una videoconferenza con i governatori delle regioni russe ha pronunciato un discorso a dir poco inquietante. Tra l’altro, ha detto: “Qualsiasi popolo, e in particolare quello russo, è capace di distinguere i veri patrioti dalla feccia e dai traditori, e sputare via questi ultimi come fossero mosche che gli sono finite in bocca. Sono convinto che questa purificazione naturale e necessaria della società non farà altro che rafforzare il nostro paese”.

Capito? Ha usato la parola “purificazione”, un termine che ci rimanda alla tragica memoria del nazismo impegnato nella “soluzione finale”. Basterebbe questo a dargli l’ostracismo internazionale.

Ma probabilmente ci sono anche altre motivazioni che hanno spinto Putin verso un’avventura così rischiosa per la sua leadership, a cominciare dal fatto che il suo consenso non dev’essere più così alto come alcuni anni fa. La sua presenza al potere da circa 23 anni senza aver ottenuto grandi miglioramenti sociali forse gli fanno temere che il suo carisma non è più quello del tempo passato e le prossime elezioni potrebbero partorire risultati elettorali imprevedibili.

C’è da credere che lui ne abbia avuto sentore e ha deciso di spostare i problemi interni verso l’esterno e aprire uno scontro con l’occidente, reo secondo un diffuso modo di sentire di non perdere occasione di umiliare la storia e la cultura russa.

Ergersi quindi a difensore delle tradizioni nazionali e costretto a far ricorso alle forze armate, utili ad opporsi alla NATO, capofila di questo attacco continuo tendente a mettere nell’angolo quella che è sempre stata una superpotenza mondiale. Il tutto con l’ausilio di una massiccia propaganda, la manipolazione dei sondaggi, un’informazione pilotata, la chiusura dei social e il controllo del web.

Servirà a tenerlo al riparo da possibili critiche?

Intanto ne ha ricavato la personale scomunica dal palcoscenico mondiale trascinandosi dietro gli atleti e le istituzioni culturali russe estromesse da tutte le manifestazioni. Inoltre, sta portando la Russia verso l’isolamento commerciale. Hanno già lasciato la Russia oltre 250 aziende, tra le quali Alcoa, American Airlines, BP, eBay, Reebok, Shell e altrettante hanno interrotto la loro attività, come Adidas, American Express, Chanel, Coca-Cola, Disney, General Motors, Hyundai, IBM, MasterCard, McDonalds, Nike, Oracle, Paramount, Visa e altre.

Inoltre, hanno ridotto il proprio impegno in loco Bacardi, Caterpillar, Goldman Sachs, JPMorgan, Kellogg’s, Mars, PepsiCola, Whirlpool e altre ancora. Mentre 96 aziende hanno sospeso gli investimenti, tra cui Colgate-Palmolive, Credit Suisse, Danone, Johnson&Johnson, Siemens.

Anche i suoi “piatti” forti, gas e petrolio, saranno sempre meno richiesti dal momento che i suoi “clienti” europei si stanno adoperando per diversificare le forniture. Per di più, il processo verso l’utilizzazione dell’energia verde da parte europea ha subito un’accelerazione e, paradossalmente, c’è un ripensamento sulle centrali nucleari anche da parte dei Paesi fino ad oggi riluttanti.

Una situazione non proprio esaltante per Putin che sta rischiando di far finire la Russia sotto lo schiaffo commerciale della Cina. Perciò oggi vorrebbe chiudere la partita anche a costo di mitigare le sue pretese primigenie.

Era partito per conquistare completamente l’Ucraina e allargare la sua influenza in Europa, invece ora sembra che si “accontenti” della sua parte meridionale e del totale controllo del Donbass, in maniera da avere una via terrestre verso la Crimea, già annessa da Mosca.
biden e zelenskyVa da sé che non si può cedere completamente alle sue pretensioni, ma al punto in cui si è giunti bisogna considerare che nemmeno si può respingere tutto, perché se i suoi progetti dovessero venire completamente frustrati, con la conseguenza di veder messo in discussione il proprio potere interno, allora il pericolo di qualche dissennata azione diventa concreto.

Di questo dovrebbero tener conto i leader europei, e per questo adoperarsi all’unisono per frenare le intemperanze di Biden e il fervore di Zelensky. Incunearsi quindi nella breccia aperta da Putin e chiamarlo a un tavolo negoziale serio.

È l’unico modo per metter fine a questa insensatezza che tanta tragedia sta portando alla gente ucraina e scongiurare un eventuale allargamento del conflitto dagli esiti disastrosi.

Subito dopo si potrebbe pensare al modo di mettere un argine all’ondata di instabilità economica globale che ci sta arrivando addosso e, consolidata la fine delle ostilità belliche, pensare al modo di far pagare a Putin le sue scelleratezze.

Di Mimmo Mirarchi