L’UOMO CHE SLEGÒ I “MATTI”

DI ALFREDO FACCHINI

 

Nella sua amata Venezia, il 29 agosto del 1980, ci lasciava Franco Basaglia:“El dotor dei mati”, come lo chiamavano quelli che gli volevano bene.

Psichiatra e neurologo, Basaglia, è stata la personalità che ha cambiato, come nessuno, il volto della psichiatria del XX secolo, pensando l’impensabile: chiudere i manicomi. Chiusura sancita dalla “legge 180” del 13 maggio 1978.

“Perché i manicomi non si migliorano, si distruggono. Curare un paziente psichiatrico con elettroshock è come prendere a cazzotti un televisore per regolare la frequenza”.

I manicomi come mattatoi dell’anima. Cancelli, sbarre, inferriate, chiavi, catene, lucchetti, cinghie, fasce, pasticche, siringhe; strilla, urla, pianti, lamenti; padiglioni, stanzoni, guardiani, ruggine, infezioni, brodaglie, pidocchi, urine, feci, botte, stupri; celle di isolamento, letti di contenzione, camicie di forza, docce gelate, tamponi in bocca; elettroshock, lobotomie.

Se entravi in quell’inferno non ne uscivi più. E se scappavi commettevi reato.

Era sufficiente che un dottorunculo diagnosticasse che un soggetto fosse “pericoloso a sé e agli altri” e sparivi in una cartella clinica dentro un faldone.

Grazie all’esperienza maturata nei manicomi di Gorizia e Trieste, Basaglia, ha ridato diritti e dignità a migliaia di persone condannate alla dimenticanza.

“El dotor” ha messo nero su bianco, anche se non lo prevedeva il contratto di lavoro, che l’umanità fosse la risorsa professionale più preziosa per chi è addetto alla cura della sofferenza.

Per Basaglia era semplicemente ovvio che solo la libertà fosse terapeutica. Perché se perdi tutto, perdi te stesso. Per sempre.

Quella che porta il nome di Basaglia “è l’unica vera riforma mai realizzata in Italia”. [Norberto Bobbio]
“Uno dei pochi eventi innovativi nel campo della psichiatria su scala mondiale”. [Organizzazione mondiale della Sanità]

Durante la Resistenza, Franco Basaglia, aveva conosciuto la durezza del carcere come prigioniero politico: “Quando sono entrato per la prima volta in carcere – dirà – ero studente di medicina e lottavo contro il fascismo (…) c’era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri (…) quando sono entrato per la prima volta in manicomio ho avuto quella stessa sensazione (…) ho avuto la sensazione che quella fosse un’istituzione completamente assurda, che serviva allo psichiatra che ci lavorava per avere lo stipendio a fine mese. A questa logica assurda, infame del manicomio noi abbiamo detto no”