DI PIETRO ORTECA
Così la mancanza di energia ha messo in ginocchio l’economia europea: il Wall Street Journal fa un’attenta disamina dei settori critici e lancia un allarme. L’Unione e i suoi governi saranno in grado di raccoglierlo?

Partiamo da cibo, e il resto a scendere
Una delle industrie che soffre di più della carenza di energia è quella dei fertilizzanti, indispensabili per alzare la resa per ettaro di tutte le colture. Senza questi additivi il cibo che arriva sulle nostre tavole costa decisamente di più. Il gas è un fattore basilare nella realizzazione dei fertilizzanti e la sua mancanza ne fa crollare la produzione ed esplodere i prezzi. Yara International, colosso norvegese del settore dei fertilizzanti, per esempio, ha prodotto il 65% in meno di ammoniaca. Fermati gli impianti di Sluiskil, nei Paesi Bassi, adesso la multinazionale importa…. dagli Stati Uniti. Lo steso fa la società olandese OCINV, che triplicherà l’import di ammoniaca attraverso il porto di Rotterdam. Contemporaneamente, rafforzerà i suoi impianti texani, per esportare direttamente in Asia e in Europa. “Tutto a favore degli Stati Uniti”, ha dichiarato l’amministratore delegato Ahmed el Hosny a proposito dei costi dell’energia.
La guerra affare strategico-commerciale
In effetti, a guardare molti settori industriali e applicando un modello di “import substitution” sembra che la guerra in Ucraina, per l’America, sia diventata un vero affare. Le aziende Usa sostituiscono progressivamente la concorrenza internazionale. Anzi, la sbaragliano e conquistano quote di mercato. Il problema non è solo economico, ma soprattutto strategico. La debolezza produttiva dell’Europa, in questo momento, ne rafforza la dipendenza da materie prime e semilavorati provenienti dall’esterno del continente. Tutto questo, secondo il WSJ, “proprio in un momento in cui i governi si stanno sforzando di avvicinare le catene di approvvigionamento, in particolare per le energie rinnovabili, i veicoli elettrici e le armi”.
Metallurgia e metalmeccanica
Quest’ultima riflessione richiama l’attenzione su un altro settore nell’occhio del ciclone: quello della metallurgia. E, transitivamente, quello della metalmeccanica. La lavorazione dei metalli ha bisogno di altissime quantità di energia, per spezzare e ricostituire i loro reticoli cristallini. La fisica non fa sconti. Arcelor-Mittal, uno dei più grandi produttori mondiali di acciaio, ha già deciso di chiudere un altoforno a Brema e un impianto di “riduzione elettrica”, che produce spugna di ferro, ad Amburgo. Reiner Blaschek, capo della filiale tedesca di Arcelor, ha le mani ai capelli: “Non abbiamo mai avuto tali sconvolgimenti nei prezzi dell’energia…tutto ciò che è associato a un’enorme volatilità a breve termine per noi è puro veleno…devi reinventare l’intera catena di approvvigionamento elettrico in movimento”.
Mercati imprevedibili quindi ingovernabili
È proprio questo il punto; la complessità dei mercati li rende imprevedibili e, quindi, ingovernabili. Salta, insomma, il modello fin qui seguito di “pianificazione della produzione” e si va avanti giorno per giorno. Questa congiuntura, che però sta diventando persistente, porta a minimizzare rischi ed esposizioni per nuovi investimenti. Insomma, è la strada giusta per la recessione. E qui ritorna un “must”, che va approfondito ulteriormente. Perché, come diceva Agatha Christie, tre indizi fanno una prova. Bene, “spuntano” di nuovo gli americani, a vendere la loro spugna di ferro ad Arcelor. Un’altra “chicca”, che farà andare su tutte le furie chi sta per chiudere per colpa delle sanzioni (formalmente corrette, sia chiaro, ma studiate e applicate a casaccio), è quella che riguarda la produzione di zinco. Metallo praticamente esaurito un Europa. Che adesso viene importato a costi crescenti dalla Cina, che lo lavora col gas in arrivo dalla Russia. Roba da manicomio!
Materie prime lavorate altrove
Stesso discorso di “sofferenza” si può fare per l’alluminio, che avendo bisogno di altissime quantità di energia, per essere estratto dalla bauxite, attualmente in Europa viene realizzato (in parte) riciclando gli scarti. Però , scrive tranchant il Wall Street Journal, è materiale “buono solo per gli imballaggi, ma non per mozzi di ruote, freni o parti di aeroplano”. Inquietante. La crisi dei metalli indurrà qualche imprenditore disonesto a costruire veicoli o aeromobili strutturalmente troppo fragili e destinati a qualche catastrofe?
Rischio Europa al fallimento
L’associazione metalmeccanica tedesca WV Metalle ha fatto quattro conti. Per produrre una tonnellata di alluminio primario, tenendo presente l’attuale prezzo dell’energia, sono necessari 9 mila euro. La stessa quantità può essere venduta a non più di 2.500 euro. Senza metalli e senza aiuti di emergenza da parte del governo, sostiene Franziska Erdle, direttrice generale della WV, la Germania andrà verso la “deindustrializzazione”. Stesse amare difficoltà, secondo Euromayeux, anche in Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Belgio. Metà della produzione totale di zinco e alluminio nell’UE è “off-line”, mentre si è drasticamente ridotta quella di silicio e leghe di ferro. Crisi acuta anche per le fabbriche di vetro e per gli zuccherifici. La Volkswagen ha riempito i suoi magazzini di parabrezza e finestrini, come in tempo di guerra. Perché teme un blocco della produzione.
Futuro amaro da paura
Le imprese tedesche che trasformano la barbabietola da zucchero, temono di vedere marcire la loro materia prima, che non potrà essere lavorata per carenza di elettricità. Scenari tragici pure per le cartiere, che chiudono a ripetizione. In definitiva, forse la considerazione più saggia e convincente del momento disperato che vive l’economia europea lo dà Branislaw Strycek, dirigente della Società nazionale slovacca Slovenske Elektrarnr:
“I prezzi dell’elettricità sono malati”. E, pur gestendo una utility che dovrebbe trarre lauti profitti da questa situazione, aggiunge: “Se i tuoi clienti non sopravviveranno, non avrai più nessuno a cui vendere la tua energia”.
Articolo di Piero Orteca, dalla Redazione di
13 Settembre 2022