DI RAFFAELE VESCERA
Trent’anni son passati, il tempo vola, da quel 15 gennaio di trent’anni fa, quando Totò Riina, boss dei boss, fu arrestato in un anonimo condominio palermitano, dove abitava come un tranquillo cittadino, con un’operazione di polizia che ha lasciato aperta la strada a molti sospetti di copertura.
Al suo posto, il ruolo di primula rossa, inafferrabile capo dei capi, dato per latitante in giro per il mondo, è stato ricoperto da Matteo Messina Denaro, arrestato stamattina in una clinica privata palermitana dov’era in cura da un anno, con il nome di Bonafede, pare per cancro terminale.
Al momento, oltre l’ottima notizia che i palermitani hanno salutato con gioia l’arresto del boss, non si hanno notizie precise su come i carabinieri siano arrivati a scoprire il rifugio del ricercato, se per soffiata oppure se Messina Denaro, notizia che circolava dallo scorso novembre, era pronto a consegnarsi. Forse perché aveva bisogno di cure in ospedali più attrezzati?
A quanto pare, la carriera di capo mafioso dura trent’anni, in piena copertura non solo mafiosa.
Le connivenze di organi deviati dello Stato sono state ampiamente dimostrate dai grandi magistrati siciliani che hanno pagato con la vita il loro coraggio, Chinnici, Falcone, Borsellino e altri, mentre altri coraggiosi magistrati siciliani e calabresi, come Di Matteo, Gratteri e Scarpinato, continuano, avversati non solo dalla mafia, l’operazione verità sullo stato-mafia.
Stato che ha usato la mafia, espressione della borghesia latifondista meridionale, non diversa dai lombardi bravi manzoniani, sin dalla sua nascita, proteggendola ad alti livelli, in quanto prima funzionale a reprimere i moti di ribellione dei contadini meridionali, poi utile a garantire i proventi dei traffici sporchi, ricatti, armi, droghe, che, fornendo enormi quantità di denaro ai clan, hanno permesso alle mafie di investire a pieno titolo ripulendo i capitali in società con la borghesia e in complicità con la politica.
La condanna di Dell’Utri, fondatore di Forza Italia con Berlusconi, anch’egli indagato per associazione mafiosa, è solo un episodio delle tante connivenze di cui gode la mafia, anche a livello di massoneria deviata.
L’inchiesta del giudice Gratteri sulle Masso-mafie, in Calabria, ci illuminano su come mafiosi e massoni deviati condividono gli stessi progetti criminali.
Purtuttavia, oggi gioiamo per la cattura di Messina Denaro, sperando che qualche magistrato riesca a farlo parlare, prima che muoia, ne sapremmo delle belle sulle coperture di cui ha goduto in trent’anni di vita libera, certamente a Palermo, altrimenti sarebbe andato in cura in una clinica estera, godendosi i soldi frutto delle tante sanguinarie operazioni condotte dalla mafia con la copertura ad alti livelli delle istituzioni dello Stato.
Foto ANSA
