DI MASSIMO RIBAUDO
Magari qualcuno dei carissimi amici che mi leggevano durante il lockdown si ricorda che io adoravo Jacinda Ardern.

Il modello umano e gentile di invitare a rispettare e far comprendere le restrizioni di prevenzione contro il Covid.
E poi, come donna, mi piace moltissimo.
Ma, dopo la seconda ondata, lei assunse toni e modalità inclini alla strategia dello “zero-Covid” che io ritenevo perdente, e anche inumana.
Mania del controllo? Forse. Però in Nuova Zelanda – con scarsa popolazione – funzionò.
Jacinda Ardern ha annunciato, da Febbraio, le sue dimissioni: non ce la fa più. Non ha più energie.
I suoi detrattori di destra la stanno massacrando come una folle andata in burnout. I suoi adoratori progressisti ne esaltano il coraggio di ammettere la stanchezza per un ruolo politico che non riesce più a sostenere.
Ricordiamolo, però, che Jacinda Ardern fu riconfermata trionfando alle elezioni da premier, dopo il Covid.
E quindi andiamo a parlare di politica, che per me la politica non ha genere.
Il mito progressista globalista di inizio secolo – dei Clinton, Blair, ma anche della stessa Merkel – sta tramontando inesorabilmente.
Sta invece avanzando un modello feroce: isolazionista, reazionario, antimoderno. Fascista, in definitiva.
L’area del Pacifico, di cui la Nuova Zelanda è un elemento strategico importantissimo, è in tensione, esattamente come il versante europeo.
Le potenze asiatiche (Cina, India, Sud Corea) stanno compiendo una corsa agli armamenti che non ha precedenti nella storia.
Ma il dominio del Pacifico resta della Marina militare Usa.
Io la capisco, la premier neozelandese.
Contro una destra becera e arrogante, la gentilezza non funziona.
Contro un mondo che vuole andare alla resa dei conti, non puoi sorridere parlando ai bambini di coniglietti da fare in casa a Pasqua, perché non potranno portarli i postini.
E’ meglio salutare, e andare via.
Un abbraccio, Jacinda.
Vivi bene.