ALLA RICERCA DELLA PRIVACY DELLE BORSEGGIATRICI DI MILANO

DI ANTONELLO TOMANELLI

ANTONELLO TOMANELLI

«Le cittadine e i cittadini che sanno davvero cos’è il senso civico alzino la voce e invitino a spegnere le fotocamere, perché non è trasformando le persone in bersagli che si ottiene giustizia. Di violenza e di squadrismo ne abbiamo già avuti abbastanza davanti a un liceo di Firenze e nelle acque di Cutro. Milanesi, ribelliamoci a questa pessima pratica!».
Sono le parole di Monica Romano, consigliere comunale milanese del Pd, che ha voluto reagire così all’iniziativa di «Milano bella da Dio», un gruppo Instagram che conta quasi 200 mila follower e che scova le borseggiatrici che operano nella metropolitana di Milano, filma le loro performance e le riversa sul social.
Come la pratica di riprendere e diffondere le immagini di ladri mentre operano possa essere equiparata ai pestaggi di Firenze o addirittura ai morti di Cutro, è un mistero che nemmeno la stessa Monica Romano riuscirà mai a svelare. Comunque, se sotto alcuni aspetti può sembrare una pratica barbara, in realtà non vi è alcuna violazione della privacy da parte di «Milano bella da Dio».
La questione ricorda le incursioni che programmi come Le Iene o Striscia la Notizia sono soliti fare da un quarto di secolo: sedicenti guaritori che promettono di restituire la salute con pozioni miracolose in cambio di denaro; medici abusivi che mettono a repentaglio la salute dei pazienti; improbabili parenti di Capi di Stato che garantiscono grosse provvigioni a chi prende in custodia una valigia contenente parecchi milioni di Euro, ma a fronte di una spesa di qualche migliaio per avviare la relativa «pratica burocratica».
Tutti casi con un denominatore comune: la diffusione delle fattezze fisiche dei truffaldini, che vengono dati in pasto al pubblico ludibrio. Quindi, una potenziale illecita diffusione di dati personali.
Ma Monica Romano dovrebbe capire che non sussiste alcuna violazione della privacy, a Milano come nei casi citati.
Non vi è soltanto l’interesse pubblico alla visione di quelle immagini, ma anche quello alla identificazione visiva dei soggetti, che tengono abitualmente un comportamento che può colpire un numero indeterminato di persone. Se quei soggetti venissero rappresentati con le fattezze fisiche mascherate, certamente reitererebbero il loro comportamento, proprio a spese di chi non è in grado di riconoscerli.
Ecco che ricorre quella «rilevanza sociale della notizia o dell’immagine» che l’art. 8, comma 1°, del codice relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, richiede perché l’immagine di una persona qualsiasi possa eccezionalmente essere diffusa senza il suo consenso.
E non deve fuorviare la circostanza che questo codice è riferito ai giornalisti, perché in realtà non è così. Inequivocabile l’art. 13 dello stesso codice: «Le presenti norme si applicano ai giornalisti professionisti, pubblicisti e praticanti e a chiunque altro, anche occasionalmente, eserciti attività pubblicistica». Quel «chiunque altro» è il classico blogger, o chi utilizza un account Facebook o Instagram, proprio come quelli di «Milano bella da Dio». La libertà di informare non è prerogativa del giornalista.