25 APRILE, BUONA LIBERAZIONE DAL NAZIFASCISMO

DI GIOACCHINO MUSUMECI

Gioacchino Musumeci

 

Buona festa della liberazione dal nazifascismo.

Noi…
Stavamo dalla parte sbagliata, ci siamo macchiati di crimini orribili… Inenarrabili, letteralmente. Abbiamo promulgato leggi razziali, ci siamo scagliati contro i deboli, le minoranze etniche, gli omosessuali, i diversi in genere, non posso dimenticarlo.
Nel copione istituzionale odierno applaudiamo la simbologia del 25 aprile, i piloti delle frecce tricolori si esibiscono in acrobazie spettacolari al limite delle possibilità umane; dopo appena poche ore si torna al prima e rimane lo sfondo deprimente del paese.
Non più strisce multicolori nel cielo azzurro ma il grigiore della politica omertosa e collusa, la miseria interiore e le aspettative infrante di cittadini sordi, ciechi e muti.
Liberi dal nazifascismo, grazie a Dio…I giornali scrivevano “L’Italia è libera, l’Italia risorgerà”. Peccato, la nostra resurrezione è stata materiale, arrogante, senza orgoglio oltre lo spirito volatile del dopoguerra, dopo meno di un secolo il fascismo è ancora qui. E non c’è vera libertà se la povertà più grave è quella delle idee.
Nella narrazione della nostra libertà ci viene ricordato quanto sommessamente il nostro primo presidente del consiglio democristiano Alcide de Gasperi, il presidente col cappottino, accettò l’aiuto americano. Denaro col quale, si racconta, l’Italia, paese a economia prettamente agricola, divenne una potenza industriale. Ma questo miracolo economico, così viene definito, spogliato della rappresentazione demagogica con cui è tramandato di anno in anno, in verità non possiede alcun connotato epico. Ma capisco che la distruzione della guerra confuse gli animi. E sulla debolezza dei perdenti la speculazione è inevitabile.
Guardate il nostro paese: come allora è deflagrato da fascismo dilagante, disuguaglianze e ingiustizia sociale, ignoranza e pregiudizio. Ma inesorabilmente la maggior parte di questi “ difetti” sono addebitati tutti al mezzogiorno. Il paese a economia prettamente agricola, ovviamente concentrata nel meridione dopo il disastro dell’unificazione, divenne la potenza industriale dei disuguali, e questo a dire il vero non è mai cambiato anche dopo 78 feste di liberazione.
Perdenti nel conflitto mondiale i nostri antenati, passati in men che non si dica dal fascismo alla resistenza, avevano troppo da farsi perdonare per non accettare che l’Italia sarebbe stato un cortiletto americano.
Senza autonomia decisionale e sempre perfettamente adeguati in ogni occasione rilevante della storia internazionale. Nessuna scappatoia nel regime di libertà controllata in cui il compromesso storico fallì miseramente.
Liberi a patto di obbedire, liberi ma mai liberi da mafia e putridi segreti di Stato, mai liberi da interferenze anche nelle sedi istituzionali più alte. Liberi ma sempre piegati come un albero mai troppo verde, non come il bambù che si raddrizza fiero della sua inestinguibile flessibilità. A quella preferiamo il servilismo ai forti.
Liberi per demonizzare gli indisciplinati, liberi per liberare prima e abbandonare poco dopo ogni scomodità nelle mani dei mostri. Liberi alcuni, per sempre servi altri. Non vogliamo farci niente, è la logica delle nostre colorate liberazioni.

Questo resta del 25 Aprile dopo le frecce tricolori.