DI ADOLFO MOLLICHELLI
La festa ch’era appena cominciata è già finita (Endrigo e Roberto Carlos), vabbè rimandata, rimasta sospesa, come un caffè.
La giornata è stata davvero particolare e Scola non c’entra. Anche perché nessun ragù era stato lasciato a “pipitiare” nelle case con balconi e finestre illustrate dalle immagini degli eroi del pallone.
Si era per strada a trovare il vento giusto per i vessilli e col pensiero a Milano dove la Lazio dell’ex comandante affrontava la squadra dei cinesi. Ed era andata più che bene la mattinata della giornata particolare. Perché mister spiaze aveva sdoganato Lautaro Martinez detto il toro che aveva contribuito a ribaltare la Lazio diventata di punto in bianco Lazietta, ch’era passata in vantaggio con un gol samba di Felipe Anderson, naturalmente brasiliano.
Il tempio di Diego era colmo e vociante. Chi era fuori, tutt’intorno, era in trepidante attesa dell’urlo gol. Dagli altoparlanti usciva il possente Vincerò della Turandot di Puccini. Ora, non restava altro da fare che battere i cugini granata, famigliari serpenti, e figli di Arechi. Bastava questo e il popolo azzurro avrebbe sciamato felice. E invece Dia avrebbe risposto a Olivera razza di garra charrua e niente.
Agli azzurri, stanchi per il tempo sospeso a rincorrere lo scudetto, toccherà ricomporsi nella terra furlana. Recondita armonia, sempre Giacomino, che Dio l’abbia in gloria.