DI MAURIZIO CORTESE
Bisogna essere onesti, la mazzata c’è stata e anche psicologicamente pesante, altro che festa prolungata.
È stato come annunciare un matrimonio dopo trentatré anni di convivenza, poi alla data prefissata con tutto pronto e apparecchiato con gli ospiti felici e contenti, è arrivato il prete, Don Dià, che ha detto: “mi dispiace assai assai, ma dovete andare a festeggiare giovedì a Udine, al confine con la Slovenia”.
In uno stadio che si chiama Dacia e non più al Diego Armando Maradona, che è bello solo dirlo, che anche se a qualcuno venisse in mente di sciropparsi novecento chilometri per arrivarci deve stare pure accorto a non imbattersi in qualche orso per la via che se sta di cattivo umore gli fa pure la pelle.
Aggiungo, sommessamente e senza ipocrisia, che se fossimo stati noi i tifosi della Salernitana, vittime sacrificali dell’evento senza aver ricevuto nemmeno uno straccio di invito, avremmo stappato allo stesso modo la prima bottiglia di Dom Perignon a portata di mano.
L’unica soluzione possibile, a questo punto, sarebbe quella di pregare la Lazio di vincere con il Sassuolo, dopo averla pregata di perdere a Milano, mandare i nostri raccattapalle a giocare a Udine, per poi festeggiare domenica con la Fiorentina come è accaduto la prima volta, al primo matrimonio, così come Diego Nostro avrebbe voluto.
Anche il calcio, come la vita, “è tutto un equilibrio sopra la follia”.
È proprio così.