IL CORAGGIO DI PEPPINO

DI ALFDREDO FACCHINI

Alfredo Facchini

 

Alle porte di Palermo, a Cinisi, sulle rotaie della ferrovia i carabinieri trovano quello che resta del corpo martoriato di Peppino Impastato. È la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978.

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Scrive il Corriere della sera: <<Forse un attentato, forse un suicidio. Non è ancora chiara la causa della morte di Giuseppe Impastato, dilaniato dall’esplosione di una bomba sui binari del treno Palermo-Trapani. Impastato, 30 anni, era candidato nelle liste di “Democrazia Proletaria”, alle elezioni comunali del 14 maggio a Cinisi>>.
Per i carabinieri è abbastanza. E’ un terrorista, anzi no, un bombarolo suicida. Il caso è chiuso.
Ma la biografia di Peppino sta lì a sbugiardare chi lo vuole ammazzare una seconda volta.
Cinisi è un paesello che si sdraia sulla baia del Corallo. Qui, come in tutta la Sicilia occidentale, spadroneggia la mafia che traffica tutto il trafficabile.
Qui spadroneggia il capo dei capi, Gaetano Badalamenti. <<Don Tano>>, così lo chiamano sottovoce i suoi fedelissimi.
Chi non gli ha mai fatto la riverenza è stato Peppino. Per lui è <<Don Tano seduto>>, il grande capo di <<Mafiopoli>>.
Lo sfotte dai microfoni di “Radio Aut”, che ha accroccato insieme ad una ventina di compagni coraggiosi come lui.
Dalle frequenze dei 98.800, Peppino ne ha per tutti: il sindaco, l’assessore, il notaio, il parroco, il maresciallo.
Peppino è figlio di una <<famigghia mafiosa>>. Il lezzo maleodorante della mafiosità lo ha respirato sin da ragazzino.
Suo padre è alla testa di un piccolo clan. Suo zio, Cesare Manzella, è stato il capo incontrastato della cupola mafiosa fino al 1963 quando lo fanno saltare in aria con una autobomba. Anche il padre di Peppino fa una brutta fine. Viene investito e ucciso da una macchina.
Morto Manzella, lo scettro passa al suo braccio destro: Gaetano Badalamenti.
<<Don Tano>>, imbastisce in pompa magna il traffico di eroina con gli Stati Uniti. Addirittura si è fatto costruire a suo uso e consumo l’aeroporto di Punta Raisi, ad un una manciata di chilometri da Cinisi.
Con la forza vengono sradicati dalle loro terre duecento famiglie contadine. Zitti e mosca, tranne Peppino che fino all’ultimo denuncia quello spudorato saccheggio.
Vito, Faro, Salvo e Giovannino i compagni della radio hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare i carabinieri. Hanno cercato e trovato la prova schiacciante dell’esecuzione di Peppino: una pietra macchiata di sangue in un casolare poco distante la ferrovia. I suoi assassini lo hanno prima colpito, poi trascinato sulle rotaie e maciullato con dieci candelotti di esplosivo.
I colpevoli. Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise riconosce Vito Palazzolo colpevole e lo condanna a 30 anni di reclusione. L’anno dopo arriva l’ergastolo per Tano Badalamenti.
Quello di Peppino è stato un atto di coraggio inaudito.
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Peppino Impastato nato a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio del 1942: <<La mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi. Prima di non accorgerci più di niente>>.