DI MARINO BARTOLETTI
E’ il primo dei tre scudetti del Napoli a cui non assisto dal vivo.
D’altra parte alcuni autorevoli opinionisti locali hanno tenuto a far sapere che la presenza dei colleghi del Nord(?) non è gradita, interpretando in modo decisamente e sgarbatamente inatteso lo storico senso dell’ospitalità di un’intera città. Ma non per questo, da osservatore neutrale, ne sono meno partecipe e felice: perché penso che questo sia uno scudetto importantissimo. Forse ancora più “storico” dei due – pur indimenticabili – che l’hanno preceduto.
Nulla può intaccare il ricordo e i meriti di Diego
(ci mancherebbe! Anche perché, se la strada non l’avesse aperta lui, probabilmente il sogno che ha portato a questo terzo titolo non sarebbe mai stato né immaginato, né coltivato). Ma lo scudetto-ter ha un sapore diverso: quello del passaggio dal monoteismo al politeismo calcistico. A dimostrazione che mentre in passato poteva bastare un solo demiurgo (per quanto supportato da un progetto che col tempo si era fatto assolutamente apprezzabile), oggi non si può prescindere da un modello vincente a 360 gradi.
E il Napoli E’ questo modello!
Il suo è lo scudetto della bellezza applicata alla contemporaneità: la bellezza calcistica (ha giocato meglio e ha vinto), la bellezza gestionale (non un conto fuori posto), la bellezza di una crescita costante eppure perfettamente sostenibile, certamente anche la bellezza di una gioia popolare e di un senso di appartenenza non replicabili (in risposta a comportamenti discriminatori sempre più beceri e inaccettabili che ancora si vedono i certi stadi avversari).
Ora il Napoli – nel nome di questo scudetto NON CONFUTABILE – ha il dovere verso se stesso e verso tutto il calcio italiano che ne ha ammirato la straordinaria impresa di non disperdere questo patrimonio: di essere un consapevole stimolo virtuoso, nel nome di quella sana alternanza che è sempre stata alla base di una crescita comune (e che ovviamente gli “altri” dovranno saper cogliere).
Una riflessione finale da cui, per onestà, non mi sento di prescindere. Se questo scudetto ha un “nome”, questo nome – e non solo per la proprietà transitiva (è lui che ha scelto gli uomini giusti, da Giuntoli a Spalletti) – è quello di Aurelio de Laurentiis. Che certamente sul piano “estetico” ha commesso (anche recentemente e anche pesantemente) non pochi errori, ma che sul piano della concretezza e della lucidità imprenditoriale ha compiuto un autentico e non so quanto emulabile capolavoro: rilevando una società finita e senza futuro (abbandonata persino dalla sua stessa città, soprattutto da quella che “conta”) per riportarla prima alla stabilità e poi -solidamente – in Paradiso. Su di lui ho letto (e ancora leggo) cose ignobili. Le peggiori sono venute dalla stessa Napoli. A riprova che i “nemici” non sono sempre altrove.
Forse sarebbe il caso che qualcuno, nel dirgli grazie, gli chiedesse correttamente anche scusa.
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