DI MARIO PIAZZA
Che la Rai sia da sempre una specie di postribolo pompeiano a cui troppo spesso si accede per diritto dinastico, per appartenenza politica o per qualità extraprofessionali non lo dico io, sta scritto nei suoi 65 anni di palinsesti.
Questo però non ha impedito che sul piccolo schermo apparissero nel corso degli anni personaggi di altissima caratura, dal maestro Manzi che insegnava agli italiani del dopoguerra a leggere e scrivere, a Piero Angela che sapeva rendere una tomba egizia più interessante di un derby di calcio, a Folco Quilici con i suoi documentari esotici, a Corrado Augias con i suoi approfondimenti letterari e musicali e tanti altri.
La cultura ha avuto i suoi spazi liberi trasmigrando per quanto possibile anche sul fronte dell’informazione, dell’intrattenimento e della propaganda politica nonostante tutto fosse accuratamente ripartito col bilancino da gioielliere in maniera direttamente proporzionale ai risultati elettorali.
Che con un governo di estrema destra questo accettabile equilibrio fosse destinato a saltare era facile da immaginare, non perché la destra sia refrattaria alle critiche come dimostrano i siluramenti iniziati con l’editto bulgaro di Berlusconi ma perché è eziologicamente accertato che la cultura, anche quella nazional popolare di Pippo Baudo o di Bianca Berlinguer, è il suo principale nemico.
La destra, fatta eccezione per quei pochi liberali rimasti che entrerebbero tutti in un solo autobus, si nutre e prospera sulla non-cultura.
Il suo terriccio fertile o meglio il suo habitat naturale è fatto dei culetti delle veline, delle scorregge di Bombolo e di Alvaro Vitali, dei versacci di Greggio e di Banfi, delle poppe della Fenech e non di quelle troppo comuniste della Ferilli, delle pietose storielle inventate degli amici di Maria, del grande fratello e dell’isola dei famosi.
E’ su questo che verremo appiattiti e Fazio, Rovelli, Litizzetto e persino Natangelo sono soltanto le prime vittime.