DI MARIO PIAZZA
Avrei definito sciocca qualsiasi forma di esultanza se i progressisti avessero stravinto la tornata di elezioni amministrative, e allo stesso modo giudico sciocco il dispiacere per l’avere straperso.
Un’opinione negativa molto più accentuata, al confine con l’ingiuria grave, ce l’ho su chi tra le truppe sedicenti di sinistra e grilliste non riesce a nascondere la propria soddisfazione per quello che ottusamente considerano un fallimento personale di Elly Schlein.
Mi spiego meglio.
Mantenere o conquistare qualche decina di sindacature, risultati locali legati a fattori ben diversi dall’essere progressisti o conservatori, non avrebbe minimamente contrastato la marcia del governo verso un regime che di democratico sta perdendo sia la forma che la sostanza. Al contrario avrebbe infuso nei progressisti un senso di falsa sicurezza nel momento in cui stanno accadendo cose da far tremare le vene dei polsi.
Il progressismo ha tradito se stesso per trent’anni abbracciando valori della destra come l’antistatalismo, il liberismo, le privatizzazioni, la meritocrazia, la precarietà, l’antiecologismo e persino il razzismo e l’omofobia. Davvero qualcuno pensa che cambiare rotta sia un lavoretto da spicciare in un paio di mesi?
Neppure Castro, Ho Chi Minh e Gramsci messi assieme ci sarebbero riusciti, pretendere che lo facesse la Schlein in un campo di battaglia impervio, sbilanciato e punteggiato dal fuoco amico di renziani, grillisti e rossobruni è semplicemente ridicolo.
Ai rossobruni e nazionalbolscevichi che gongolano per la sconfitta non ho nulla da dire, saranno loro a spiegarci qualora recuperassero magicamente il senso della realtà quale sarebbe la loro strategia.