ORA SEI IL PIU’ GRANDE DI SEMPRE

DI ANTONELLO TOMANELLI

ANTONELLO TOMANELLI

Novak Djokovic ha vinto il Roland Garros, sbarazzandosi in tre set di un pur micidiale Casper Ruud, surclassandolo anche sul piano fisico, nonostante i 13 anni in più sul groppone. Per il serbo è il 23° trofeo del Grande Slam. Uno in più di quelli collezionati da Rafael Nadal, che a 37 anni, con quel piede acciaccato che si ritrova e il fisico permeato di antidolorifici, non potrà mai raggiungerlo.

Con questa vittoria Djokovic diventa il più grande tennista uomo della Storia. Meglio di lui soltanto una donna, l’australiana Margareth Smith Court, che tra il 1960 e il 1973, di tornei del Grande Slam ne vinse 24.

Il pubblico parigino, contro ogni aspettativa, non ha manifestato ostilità verso il campione serbo, anche se la prevalenza del tifo per il norvegese non è mai stata messa in discussione. Ma nemmeno un pubblico inferocito avrebbe inciso sulle sue performances, se si analizza come è arrivato fin qui e cosa ha dovuto patire Djokovic, questa sorta di iron man, che parla fluentemente cinque lingue, italiano compreso.

Impugna per la prima volta una racchetta a cinque anni, mentre i croati del presidente nazionalista Tudjman massacrano i serbi di Krajina. Ma cosa sia veramente la guerra, Novak lo scopre all’età di 11 anni, quando nella primavera del 1999 trascorre terrorizzato interminabili notti nella casa dei suoi genitori a Belgrado, con le bombe umanitarie della Nato che gli bussano alla porta.

Con un’infanzia del genere, i bombardamenti mediatici cui sarà sottoposto in futuro gli faranno ben poca cosa. Entra nel mirino del mainstream occidentale quando, nel rivendicare in un’intervista l’appartenenza del Kosovo alla Serbia, afferma: «Immaginate gli USA privati di uno Stato che fu la culla della loro storia. Questo è il Kosovo. Ma purtroppo ci sono poteri che non si possono combattere».

L’Occidente incomincia a vederlo come il fumo negli occhi.

La misura è colma quando, nell’estate 2021, dichiara di non essersi vaccinato, né di avere alcuna intenzione di farlo. «Rivendico la libertà di ognuno di scegliere cosa immettere nel proprio corpo», chiosa. Da quel momento ogni scusa è buona per gettarlo nel tritacarne mediatico.

Nel settembre 2021, durante un affollatissimo matrimonio in Bosnia, viene fotografato nei pressi di Milan Jolovic, ex quadro dei «Lupi della Drina», una formazione paramilitare serba che pare aver avuto un ruolo nel massacro di Srebrenica del luglio 1995.

La foto fa il giro del mondo. Djokovic viene accusato di frequentare criminali di guerra, nonostante il tribunale dell’Aja non abbia mai mandato nemmeno una lettera a quell’ex militare, che non a caso è libero come un uccellino. E Djokovic, si saprà, non aveva la minima idea di chi fosse quell’uomo.

Ma a uno così, che ha avuto anche l’impudenza di farsi insignire dell’Ordine di San Sava, una delle massime onorificenze della Chiesa Ortodossa, bisogna fargliela pagare a tutti i costi. Nel dicembre 2021, quando il virus ancora aleggia in mezzo mondo, viene immortalato in un video a Belgrado mentre balla a una festa, in spregio al protocollo sul distanziamento sociale. Non si sa se proprio in quella occasione, ma è in quel periodo che Djokovic contrae il Covid.

Quel video è un siluro caricato in vista dell’imminente Australian Open. Il 5 gennaio 2022 Djokovic atterra all’aeroporto Tullamarine di Melbourne, con in tasca un regolare visto e il parere di due commissioni mediche australiane: quella del Dipartimento della Salute dello Stato di Victoria e quella del Tennis Australia. Entrambe ritengono il tennista esentabile dall’obbligo vaccinale, proprio perché guarito di recente.

Ma il ministro dell’Immigrazione australiano Alex Hawke non vuole sentire ragioni. Quel serbo sarà guarito, ma è pur sempre un non vaccinato. Genera il pericolo di emulazioni, quindi rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale.

Viene detenuto per una settimana in un modesto hotel adibito a centro per immigrati in attesa di primo visto. E proprio il giorno dell’esordio viene dichiarato persona non grata, ed espulso sulla base di una assurda legge australiana del 1958, che dà al ministro dell’Immigrazione poteri immensi, tanto da essere insindacabili persino dalla Corte Suprema.

Il circuito tennistico che conta gli è quasi tutto contro. L’amico Rafael Nadal gli volta letteralmente le spalle, gelandolo in conferenza stampa: «Le regole sono regole, e se uno non vuole vaccinarsi avrà problemi: è un fatto». Tra i top player, soltanto Nick Kyrgios, il talentuosissimo e scocomerato tennista australiano, lo difende a spada tratta, invitandolo nel contempo ad una notte di baldoria.

Djokovic verrà escluso da tutti i tornei americani, in primis dall’US Open del settembre 2022, che verrà vinto da Carlos Alcaraz.

Ci provano anche con gli attacchi trasversali. Lo scorso gennaio, nell’ultimo Australian Open, a restrizioni sanitarie abolite, a finire nel tritacarne mediatico è suo padre, colto a Melbourne fuori dallo stadio mentre sventola la bandiera russa. Per non metterlo in difficoltà, rinuncerà ad assistere dagli spalti alla finale del figlio, che al termine del match contro Tsitsipas alzerà la coppa al cielo nella Rod Laver Arena.

Hanno fatto di tutto per azzopparlo, ma non ci sono riusciti.

La nascita di un grande talento è sempre un evento casuale. Ma uno così, non poteva non diventare un gigante.