Vigilia della guerra commerciale mondiale

DI ENNIO REMONDINO

 

Dalla redazione di REMOCONTRO –

Alle 22 italiane, ‘l’ora segnata dal destino’ del Trump ducesco. Ultime ore per le lobby dei diversi settori economici che assediano la Casa Bianca per cercare salvarsi dalla probabile catastrofe. Sembra che nulla sia già scritto ma anche l’economia e la società americane adesso hanno paura. Così imparate a votare certi personaggi, viene da dire. Con noi che già avevamo fatto.

20% sulla maggior parte delle importazioni Usa

Secondo l’economista capo di Moody’ al Washington Post, se i dazi verranno imposti così come è stato ventilato, il piano di Trump assomiglia a un terremoto in grado di provocare onde d’urto attraverso tutto il mercato azionario e l’economia globale. E con le reazioni dei partner commerciali degli Stati Uniti, l’economia potrebbe precipitare in una recessione di più di un anno, portando il tasso di disoccupazione sopra il 7%.

Prepotente a farsi male da solo

Come sottolinea il Guardian, l’incertezza sui dazi ha fatto diminuire la produzione nelle fabbriche Usa. Più Trump parla di dazi, più l’ottimismo delle aziende sul futuro scende, e negli ultimi due mesi è calato drasticamente. In questo clima di poche certezze la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt insiste che «i dazi saranno effettivi immediatamente». Nonostante che dal giorno dell’insediamento le ondate di licenziamenti di massa che continuano ad investire il mondo del lavoro.

Il Kennedy fuori tutto

Mentre si aspettavano i dettagli della guerra commerciale globale, il Paese deva ancora ‘digerire’ l’annuncio del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, ministro Robert Kennedy, del taglio di 10mila dipendenti a tempo pieno impiegati in tutte le agenzie sanitarie. Questi licenziamenti vanno ad aggiungersi ai 10mila dipendenti che se ne sono già andati “volontariamente”, riducendo la forza lavoro da circa 82.000 dipendenti a tempo pieno, a 62.000.

Europa bersaglio

Davanti ai dazi di Trump l’Europa ha paura. E se lo scenario temuto si verifica, misure per colpire l’economia Usa diventano obbligo, anche se molta Europa non vorrebbe farlo. I governi del Vecchio continente parlano con più voci o rischiamo di dividersi di fronte alle tentazioni trumpiane di trattamenti diversificati, avverte Andrea Valdambrini. La replica europea non è ancora decisa nei dettagli, ma sarà ‘modulata’ a seconda delle tariffe speciali che Trump imporrà a cinque strategici per l’economia europea. L’Ue si prepara a sua volta a colpire settori dell’economia Usa in modo mirato, scegliendo i prodotti che arrivano dalle aree degli Usa in cui il sostegno elettorale al leader repubblicano è stato più forte.

“Bruxelles poterebbe così decidere di prendere di mira aziende dome Meta, Google, Amazon o X, e istituti finanziari del calibro di JP Morgan o Bank of America. «Questi giganti pagano poco alla nostra infrastruttura digitale, da cui però traggono molto vantaggio».”

Ursula von der Leyen

«Saremo in una posizione di forza, perché l’Europa ha molte carte in mano: il commercio, la tecnologia, le dimensioni del nostro mercato», ha argomentato ieri la presidente della Commissione Ursula von der Leyen agli eurodeputati riuniti a Strasburgo. «Questo scontro non l’abbiamo iniziato noi e non vogliamo necessariamente reagire. Però abbiamo un piano forte, se serve». Oltre al braccio di ferro con Washington, nel delineare la strategia europea, la presidente della Commissione ha elencato anche la via d’uscita degli accordi commerciali con altri Paesi, assieme agli sforzi per realizzare un vero mercato unico europeo.

Il costo per l’Europa

Uno studio della Aston Business School citato dal britannico Guardian stima in 1.400 miliardi di euro il costo, nel peggiore degli scenari, fatto di dazi e controdazi su scala globale. Per la sola economia Ue, la guerra commerciale potrebbe pesare fino allo 0,5% di Pil, ha avvertito la presidente della Bce Christine Lagarde. Una prospettiva drammatica, di fronte a cui la compattezza dei partner europei rischia di non reggere.

Destra divisa sulla risposta agli Usa

Frena il primo ministro britannico Starmer, che pensa a sé. «Il Regno Unito è il paese in posizione migliore rispetto a tutti gli altri» per evitare i provvedimenti Usa. Vicepremier italiano Matteo Salvini :«Non mi pare intelligente dichiarare guerra agli Usa. Con Trump occorre ragionare, perché lui è stato eletto per fare gli interessi degli americani». Non la pensano così i cittadini europei. Sondaggio YouGov in sei paesi, Italia compresa, una larga maggioranza sostiene la necessità di adottare contromisure e teme che i dazi Usa possano avere un impatto negativo sulle nostre economie.

Crisi dell’impero americano

Per decenni gli Stati uniti hanno potuto importare senza freni dall’estero grazie al privilegio di emettere dollari, sottolinea il professor Emiliano Brancaccio. Una forza monetaria che è espressione di una egemonia imperiale. «Il mondo portava i beni all’America, e questa in cambio lo ingozzava di banconote». Oggi l’egemonia monetaria dell’America è messa in discussione. Ma se gli Stati Uniti frenano il libero utilizzo degli stessi dollari? Il protezionismo di Trump accelera la crisi egemonica americana. «Come una bestia abituata a dominare che avverte i segni del proprio declino, l’America farà ogni tipo di resistenza a un accordo che delinei la fine del suo esorbitante privilegio».

La linea dell’Italia?

Il nostro paese è tra quelli che più vendono agli Stati uniti e quindi più contribuiscono all’indebitamento Usa verso l’estero. Un eccesso di importazioni dall’Italia di ben 44 miliardi di dollari, quasi due volte e mezzo più beni e servizi di quelli che noi acquistiamo da loro. I dati indicano che resteremo a lungo tra i bersagli più grossi della politica protezionista di Washington.

«Uscire senza troppe ferite dalla crisi strutturale del capitalismo atlantico richiederà lungimiranza strategica. L’esatto opposto della grottesca disputa tra Meloni, Tajani e Salvini a chi sa impersonare meglio «un americano a Roma».

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Articolo di Ennio Remondino da
2 Aprile 2005