DI ALFREDO FACCHINI
17 maggio 1973. Milano.
Gianfranco Bertoli – uomo dei servizi segreti e manovale di Ordine Nuovo – lancia una bomba a mano tra le persone che assistono alla cerimonia in memoria del commissario Calabresi.
4 i morti, 52 i feriti. Ancora una strage.
Gianfranco Bertoli, subito fermato dagli agenti si definisce al momento dell’arresto anarchico individualista. In realtà è stato informatore dei servizi segreti: del Sifar negli anni 50-60 e poi del Sid dal 1966 al 1971.
Un prezzolato.
Nelle intenzioni la bomba a mano doveva uccidere il ministro dell’Interno, Mariano Rumor, presente alla cerimonia, “reo”, secondo i neofascisti, di non aver dichiarato lo stato d’assedio dopo la strage di piazza Fontana.
<<Con la sua morte si voleva far precipitare la situazione del Paese, ritentando quello che non era riuscito nel 1969>>. Spiega Guido Salvini, a lungo giudice istruttore sugli attentati neofascisti degli anni ’60-70.
Quella che doveva sembrare l’opera di un bombarolo anarchico nasconde in realtà una fitta rete intessuta dall’eversione nera in combutta con i Servizi segreti italiani e stranieri.
Una ragnatela di provocazioni terroristiche, coperture e depistaggi.
È la strategia della tensione.
Nonostante sia stato condannato il solo Bertoli, la Cassazione giudica “indubitabile” che l’attentato sia stato organizzato da Ordine Nuovo, ma la strage resta senza mandanti.
Anche perché, come ricorda ancora il giudice Salvini, <<tante cose che abbiamo scoperto dopo 20 anni, erano già ampiamente note. Invece come per gli altri attentati, da piazza Fontana a Brescia, scattarono subito le protezioni dei responsabili>>.