DI ORSO GRIGIO
Il primo numero di Repubblica uscì in edicola il 14 gennaio del 1976.
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Erano i miei ultimi giorni di lavoro a Roma, di lì a un paio di settimane avrei iniziato la mia travolgente carriera alle Poste.
Anni difficili, certo, ma che hanno esaltato arte e intelletto come non sarebbe mai più successo. C’era il pensiero nella testa delle persone, c’era appartenenza, c’era speranza.
Qualcuno li ha definiti anni di piombo, ma erano senz’altro meglio di quelli di merda che viviamo oggi.
Ricordo perfettamente l’edicola, la faccia del giornalaio, il clima mite (da quelle parti non fa mai freddo).
Lo comprai con entusiasmo, quel giornale, e avrei continuato a farlo per parecchio.
Col tempo però quell’entusiasmo è evaporato.
Col tempo evapora qualsiasi entusiasmo.
Io cercavo di restare aggrappato agli stessi ideali ma via via questi si sfilacciavano e diventano delusioni, occasioni perse. Ma quel giornale c’era ancora, ci scrivevano intellettuali e giornalisti quelli veri.
Poi, dentro i mirabolanti anni ’80 tutto cominciò, inesorabilmente, a sgretolarsi.
Ma qui siete quasi tutti miei coetanei o giù di lì e la storia la conoscete meglio di me.
Agli altri non credo interessi più di tanto.
Oggi quel giornale è diventato, con la Stampa e il Corriere della Sera, il megafono di regime, una specie di nuovo Istituto Luce, un dispensatore a gettone di Pensiero Unico.
Non era facile ridurlo così, era davvero un grande giornale, ma l’azione combinata di una proprietà con tutt’altri interessi rispetto ai bisogni di quei poveri illusi dei lettori, e di direttori scelti alla bisogna che per conto mio non dovrebbero, e non dovevano, dirigere nemmeno il giornalino della parrocchia, alla fine è stato fin troppo facile.
Da quel primo numero sono passati quasi cinquant’anni.
Inutilmente.
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Orso Grigio