DI ALFREDO FACCHINI
“Gli Agenti della Disinformazione Italiana”
In questo paese da operetta che è l’Italia, ci si accapiglia per giorni se Prodi ha tirato i capelli a una cronista o se le borse della Santanché sono più false delle promesse elettorali.
Immondizia. Le cose serie durano il tempo di un hashtag e puff, spariscono nell’archivio.
I registi di questa mostruosa operazione di rimozione sono una congrega di illusionisti, alias “Agenti della Disinformazione Italiana”. Un po’ di cognomi? Bocchino, Sechi, Porro, Sallusti, Cerno, Mentana, Vespa, Rampini, Giannini, Severgnini, Mieli, Gramellini, Cazzullo, Molinari, Serra, Vecchioni e altri vip da Fashion Week … Un misto tra influencer con la verità in comodato d’uso e condottieri di talk show che giocano a nascondino con i fatti. D’altronde, chi ha bisogno di un’informazione seria in un paese dove il 70% della popolazione fatica a comprendere un testo scritto e si accontenta di sapere solo chi è il cattivo della settimana?
Fact-checking?
Roba da archeologi. Meglio un bel titolotto-choc o una sfuriata in diretta dalla Gruber: tanto mica c’è differenza tra un cittadino informato e uno che crede che Calenda sia un politico.
Chi scrive queste note pressoché quotidiane si sforza, nel suo metro quadrato di mondo, di fare quella che una volta si chiamava “controinformazione”: scrivere qualcosa che qualcun altro non vuole che si scriva.
Allora voglio tornare a parlare di una questione maledettamente seria: il Disegno di Legge Sicurezza
Il Disegno di Legge Sicurezza, approvato dal Senato, introduce una norma – l’articolo 31 – che impone a università, enti pubblici di ricerca e amministrazioni di collaborare con i servizi segreti, fornendo informazioni senza possibilità di rifiuto. Con questa norma, l’intelligence può ottenere accesso diretto a dati sensibili di studenti, docenti e ricercatori, senza che questi ne siano informati.
C’era un tempo in cui l’università era il luogo del pensiero libero, del dissenso, della ricerca indipendente. Ora, con l’articolo 31 del DDL Sicurezza, il sapere diventa un sorvegliato speciale. Studenti e docenti si trasformano in potenziali soggetti da monitorare, schedare, controllare. Per sapere chi e quanti sono i Pro-Pal, quali corsi hanno frequentato, per dossierare opinioni politiche e orientamenti ideologici.
Idem per gli uffici pubblici: chi sciopera, chi partecipa a un’assemblea sindacale, chi osa sollevare una protesta. Negli ospedali, il rischio è ancora più inquietante: sapere chi ha abortito, chi si è sottoposto a determinate cure, chi fa uso di sostanze stupefacenti.
Il controllo assoluto è sempre il preludio all’abuso
La storia italiana insegna che il controllo assoluto è sempre il preludio dell’abuso. E questa volta, l’abuso potrebbe toccare chiunque. Così, nel nome di una presunta sicurezza nazionale, si erodono libertà conquistate a fatica. Si scavalcano leggi sulla privacy, si trasformano atenei e uffici pubblici in snodi di informazione per un apparato che non deve più chiedere il permesso. Il potere non consiste nel sapere ciò che facciamo, ma nel prevedere e modellare ciò che faremo.
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Alfredo Facchini
Nel prossimo articolo, ci concentreremo su un’altra norma che permette ai servizi segreti di mettersi alla testa di organizzazioni terroristiche o criminali.