MAD SEASON, IL “SUPERGRUPPO” GRUNGE

DI ALBERTO EVANGELISTI

Quando si parla di “supergruppi” e di Grunge una menzione d’obbligo va fatta anche per i Mad Season.
Quell’alchimia particolare creata dall’incrocio fra un periodo, i primi anni novanta, ed una città, Seattle ha regalato alla storia del rock una delle sue espressioni più peculiari. Ok, che tenga particolarmente al Grunge ormai si è capito.
Non è però solo una questione musicale, di sonorità. Ciò che forse più di ogni altra cosa attrae del Seattle sound è l’atmosfera, il legame, quasi il senso di appartenenza dei musicisti che ne hanno determinato la storia e le fortune.
Forse proprio perché Seattle è una città abbastanza isolata, i gruppi ed i musicisti sono maturati in un ecosistema misto e chiuso, fatto di relazioni, di progetti condivisi e di “supergruppi”. Uno di cui vi ho già detto in questo post sono i Temple of the Dog. 
Altro esempio iconico è rappresentato dai Mad Season. 
Il tutto nasce, come spesso in storie come questa, dall’incontro casuale di due musicisti, tanto diversi nella storia personale, quanto simili nei tratti musicali che esprimono: Mike Mc Cready, chitarra solista nei Pearl Jam (si, quando c’è una bella storia di Grunge i Pearl Jam in qualche modo c’entrano sempre) e di un bassista allora semi-sconosciuto nativo di Chicago, John Philip Saunders.
L’incontro avviene in un centro per la riabilitazione di alcolisti e tossicodipendenti (anche questo non è esattamente un aspetto di novità nella storia del Rock) a Minneapolis, e quale miglior terapia che buttarsi in jam sessions improvvisate.
In breve venne coinvolto l’amico comune e membro di un’altro gruppo fondante del movimento di Seattle,  Layne Staley degli Alice in Chains. Ultimi ad essere inseriti nel progetto furono il batterista ed il leader  degli Screaming Trees , Barrett Martin e Mark Lanegan.
Il “supergruppo” venne da prima “ironicamente” (ma neanche troppo viste le abitudini dei membri) chiamato  Drugs Addicts And Alcoholics , quindi Gacey Bunch ed infine Mad Season. L’idea era quella di suonare un po in giro, specialmente nei locali della città, primo fra tutti il Crocodile Cafè, famoso locale gestito dalla moglie di Peter Buck dei R.e.m., senza il progetto concreto di trarne nulla di che, solo per il gusto di fare.
Ma eravamo già alla metà degli anni 90, il Grunge era esploso nel mondo e le case discografiche erano alla continua ricerca di nuovi progetti da sponsorizzare. Un gruppo formato da nomi come i componenti dei Mad Season non poteva certo sfuggire alle Major.  La  Columbia infatti offre loro un contratto per un disco, Above, che uscirà nell’aprile del 1995.
Il disco, la musica insieme, diventano così la terapia di gruppo in cui infilare tutte le contraddizioni e i fantasmi che li permeavano. La cosa è evidente già col primo singolo,  Wake Up, ballata lenta perfettamente armonizzata dalla peculiare voce di Layne Staley.
River of Deceit, traccia numero tre, è un’altra ballata di estrema bellezza e delicatezza, anche se infusa da un sottofondo di tristezza, quasi disperazione,  in cui il gruppo fonde la propria esperienza Grunge con i tratti tipici del rock anni 70.
La parte energetica dell’album è assicurata da tre pezzi in cui i tratti Grunge discendenti dall’hard rock sono più marcati : I’m Above, Artificial Red e Lifeless Dead. Quest’ultimo pezzo in particolare miscela un riff di memoria vagamente (neanche troppo)  “sabbathiana” ad una parte ritmica e lirica molto vicina agli esordi degli Alice.
I don’t know anything è un altro pezzo dai contorni tipicamente Grunge, fortemente caratterizzato dalla vocalità di Layne Staley e da una ritmica costante, quasi ipnotica.
Pezzo peculiarissimo invece è Long Gone Day. Ritmica morbida, assicurata da un giro di basso leggero ma persistente, xilofono e tonalità quasi caraibiche, il tutto in una lirica talvolta sussurrata, altre volte urlata, accompagnata da picchi di sax caldo.
Above, album caratterizzato da pezzi buoni, alcuni veri e propri capolavori, rimarrà purtroppo un’opera unica.
Da prima gli impegni dei vari componenti con i rispettivi gruppi di origine ha reso impossibile la prosecuzione dell’esperienza.
Baker morirà di overdose nel 1999 e a tre anni di distanza anche Staley lo seguirà. Tutti per colpa di quello stile di vita che, in fondo li ha da sempre accomunati e fatti incontrare, così che ciò che ha creato questo stupendo album, l’elemento catalizzatore di tutto, è anche il motivo ultimo per cui rimarrà unico.